Di Elisabetta De Giorgi e Gaia Matilde Ripamonti
Negli anni, l’indice ILGA-Europe ha messo in luce come i Paesi dell’Europa meridionale abbiano fatto grandi progressi nel campo delle politiche LGBTQIA+ tanto da diventare dei punti di riferimento nel panorama europeo. Tuttavia, l’Italia continua a essere un fanalino di coda non solo rispetto ai vicini del Sud Europa, ma anche in generale tra i 49 Paesi analizzati dall’indice, collocandosi nel 2025 alla 35esima posizione.
Quello che stupisce, in effetti, non è solo il ritardo italiano in sé, ma il fatto che esso persista nel tempo anche rispetto a quanto avviene in Paesi molto simili per economia, contesto sociodemografico e religiosità della popolazione, come Portogallo, Spagna e Grecia. Come si spiega, allora, questa arretratezza dell’Italia?
Per rispondere a questa domanda, abbiamo analizzato l’attività parlamentare in materia di politiche LGBTQIA+ in Italia (2006-2024) e Portogallo (2005-2022) in un arco temporale di circa venti anni, comprendendo così, per entrambi i Paesi, cinque legislature e governi differenti tra loro, per colore e composizione. Nel complesso, abbiamo raccolto 55 iniziative in Portogallo e 158 in Italia (80 alla Camera dei Deputati e 78 al Senato).
In Portogallo l’attenzione parlamentare verso i temi LGBTQIA+ è andata crescendo nel tempo: la salienza di queste iniziative su tutte le iniziative parlamentari passa da 0,9% nella XI legislatura (2005-2009) a 2,0% nella XV legislatura (2019-2022). In Italia, invece, in entrambe le camere, la salienza resta al di sotto del punto percentuale, con l’unica eccezione del Senato nella XVI legislatura (2008-2013). In entrambi i Paesi, la maggior parte delle proposte riguarda le politiche familiari, politiche particolarmente interessanti da analizzare perché, per esistere, richiedono necessariamente un riconoscimento esplicito da parte dello Stato: dal matrimonio egualitario e le unioni civili fino a temi come le adozioni e la gestazione per altri.
In Portogallo, le politiche familiari hanno ricevuto grande attenzione fino alla legislatura più recente, dove fino al 2022 il loro peso sul totale delle iniziative LGBTQIA+ scende all’11,1%. Secondo la nostra interpretazione, questo potrebbe significare che in Portogallo è in corso un cambiamento di paradigma: una volta ottenuti una serie di diritti fondamentali in ambito familiare, come il matrimonio egualitario e le adozioni, l’attenzione politica si sta ora spostando su altri ambiti. In Italia, al contrario, le politiche familiari continuano a rappresentare almeno la metà delle iniziative presentate in entrambe le camere, soprattutto nel periodo che ha portato all’approvazione della legge Cirinnà. Accanto a queste, emergono anche proposte su crimini e discorsi d’odio, istruzione e più in generale diritti di uguaglianza.
Ma come mai in Italia, nonostante il numero di iniziative sia alto, le politiche LGBTQIA+ effettivamente approvate sono così poche? Una prima risposta arriva osservando più da vicino il processo legislativo delle politiche familiari. In Portogallo, le proposte, una volta trasmesse e raccolte, ricevono un esito chiaro: vengono discusse e esaminate dal Parlamento portoghese all’interno delle commissioni e dell’assemblea, e poi o approvate o rigettate. In Italia, invece, le tante iniziative presentate rimangono sospese, spesso solo assegnate alla commissione parlamentare di competenza, senza che il loro esame vada molto oltre. Il risultato è che la maggior parte delle iniziative decade con la fine della legislatura o resta bloccata indefinitamente nelle commissioni.


